Terremoti, il rilevatore sismico delle Grotte di Pietrasecca

CARSOLI  – All’interno delle grotte di Pietrasecca è posizionato un rilevatore sismico. L’installazione è avvenuta nel febbraio 2019  ed è una innovativa stazione di rilevamento dei movimenti tellurici, particolarmente utile per monitorare anche l’importante asse viario della autostrada A24.

“Si tratta – spiega il presidente Salvatore Callipo –  di una strumentazione di recentissima produzione della Sara Electronic Instruments apparecchiatura SS08 broad band nella quale   si evidenzia la particolare sensibilità di monitoraggio in cui si registra anche il rumore molto basso a livello di bassa frequenza”.

“Mentre le alte frequenze – spiega Mauro Mariotti  senior Engineer della medesima società produttrice – riescono a rilevare un rumore relativamente più alto, in relazione alla vicinanza del tunnel autostradale della A24 posto a circa 500 metri dalla stazione di rilevamento. Le grotte della Riserva, prosegue Mariotti – si trovano ad una temperatura media di 9-10 gradi in tutte le stagioni ed è quindi il luogo ideale per la posa del  sismometro che ha una sensibilità di 1500 v / m / s un ecc da 120 secondi a 50 Hz ed è registrato da una versione sl06bb capace di registrare a 26 bit.

“Anche per il nostro territorio, – spiega il sindaco Velia Nazzarro – la strumentazione particolarmente innovativa costituisce oltre alla utilità un ulteriore tassello caratterizzante per la nostra Riserva”

Ed in questi giorni, proprio in seguito al terremoto avvenuto lungo le coste Marchigiane, la prevenzione ed il controllo assumono una importanza particolare da tenere in debita considerazione.

INFORMATIVA:

TERREMOTI –  Faglie, complessità geologica e i meccanismi dei terremoti

La crosta terrestre è costantemente sottoposta all’azione di forze tettoniche che tendono a deformarla e, in presenza di determinate condizioni, può rompersi generando un terremoto. Questo fenomeno è prodotto dallo scivolamento di volumi di roccia nel sottosuolo lungo complesse fratture dette ‘faglie’, accompagnato dal rilascio di stress ed energia anche sotto forma di onde sismiche. Nello studio The impact of faulting complexity and type on earthquake rupture dynamics, recentemente pubblicato su Communications Earth Environment di Nature, a cura di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Università Sapienza di Roma, si dimostra come le proprietà di un evento sismico cambino in funzione della complessità della struttura della faglia che ha generato il terremoto e del suo ambiente tettonico. Per conoscere le forze che producono i movimenti della crosta terrestre e che sono alla base dei terremoti, è necessaria l’analisi di dati sempre più consistenti e affidabili oltre a tecniche via via più precise di analisi dei segnali sismici.

“Lo sviluppo delle reti sismiche e l’affinamento delle tecniche e delle tecnologie impiegate nella caratterizzazione della sismicità permettono di analizzare molte delle sue proprietà. È fondamentale, quindi, compiere ulteriori sforzi teorici e modellistici per proseguire in modo sistematico l’analisi di dati sempre più abbondanti e affidabili. Ciò consentirà lo sviluppo di una visione complessiva dei meccanismi all’origine dei terremoti e una comprensione più avanzata dei processi sismologici a carico della parte superficiale (fino a 15-20 km di profondità) e fredda della crosta. Ancora, lo studio suggerisce che in presenza di bassi valori di doppia-coppia (due coppie di forze ortogonali fra loro che rappresentano il meccanismo del terremoto) non giustificati da processi fisici, è possibile una sottostima della magnitudo dei terremoti”, afferma Davide Zaccagnino, dottorando della Sapienza e coautore della pubblicazione.

“I terremoti non sono tutti uguali: la struttura della rottura è influenzata dal fatto che i volumi crostali tendono ad accavallarsi, allontanarsi o a scorrere parallelamente gli uni agli altri: nel primo caso, la dislocazione avviene lungo una frattura particolarmente sottile e concentrata; negli altri casi, invece, tende maggiormente a diversificarsi in più piani all’interno del volume crostale. I modelli sismologici classici impiegati per lo studio dei terremoti assumono che ogni rottura avvenga in un’unica faglia sotto l’azione di una doppia coppia di forze ortogonali fra loro e orientate in modo tale da riprodurre le osservazioni dei sismografi”, spiega Carlo Doglioni, coautore della ricerca. “Per quanto forti, le assunzioni delle teorie attuali sono in grado di spiegare le principali osservabili sismologiche e fornire alcune informazioni di massima riguardanti un evento, come la magnitudo e il tipo di movimento della faglia. Tuttavia, le stesse ipotesi risultano restrittive per una descrizione dettagliata della sismicità, in particolare sul tipo di energia rilasciata dal movimento, cioè se elastica o gravitazionale, oltre che sul coinvolgimento dei volumi crostali”.